A una donna poliziotto. In ricordo il giorno della festa della donna.

Pubblicato: 8 marzo 2015 in polizia
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Pensate a due numeri. Anzi no, ve li suggerisco io. Zeroundici e zerosedici. Apparentemente sono solo due numeri. Nemmeno molto grandi, sicuramente anonimi nello spazio infinito della matematica. Assumono più personalità nel mondo della numerologia più o meno esoterica che ne interpreta e svela il significato con interpretazioni curiose, divertenti e a volte inquietanti.
L’undici, per esempio (tralasciamo lo zero come insegnava il professor Stoppa alle medie) è indicato come la dozzina del diavolo (nientemeno), la forza e il coraggio,  gli amori clandestini l’esuberanza; nella smorfia sono ‘e Suricille ovvero i topi. Considerato numero funesto per gli attentati dell’11 settembre negli Stati Uniti, per quelli dell’11 marzo a Madrid e per lo tsunami e il disastro nucleare dell’11 marzo in Giappone.
Il sedici invece  rappresenta l’essenzialità e il cambiamento, la natura, la campagna, l’ecologia, la fedeltà, i sentimenti sinceri, i mestieri umili.
Più terra terra il significato che ne da la smorfia, collegandolo al lato B del corpo. Su un sito morigerato ho trovato che significa “il sedere” ma la versione ufficiale è più diretta e si descrive con sole quattro lettere.
Le ultime tre sono ulo.

Ma se lo chiedete a un poliziotto, zeroundici e zerosedici assumo tutto un altro significato.
Sono l’inizio di tutto; sono la richiesta e la conferma via radio, che le cose vanno bene, che siamo in contatto, che siamo uniti, che qualsiasi cosa accada possiamo contare su qualcun altro. Che non siamo soli, che per un poliziotto là fuori, credetemi non è poco.
Non credo di svelare chissà quale segreto rivelando questa piccola parte del Codice Monza, quel manuale vecchiotto e forse mai usato completamente che a noi, poliziotti addestrati negli anni ottanta subito dopo la riforma, hanno fatto imparare a memoria. Consegnato su un foglietto ingiallito ad inizio delle lezioni di “Comunicazioni” e ritirato subito dopo con il divieto assoluto di ricopiarlo, di diffonderlo finanche di parlarne. “ Non dovete dirlo nemmeno alla vostra morosa!!” tuonava il brigadiere Casale della Scuola di Polizia di Trieste. E chi ce l’aveva una morosa a quell’epoca…
Quei due codici, che nella versione “large” sono > ovvero > seguito dalla risposta > cioè <> erano e sono ancora la sigla iniziale di ogni pattuglia che esce, di ogni equipaggio che torna in strada, di ogni poliziotto che vuol far sapere che là fuori c’è anche lui.
Quanto era rassicurante quel “zero sedici” che ti arrivava dalla centrale, con quella fonica un po’ metallica, quel fruscio iniziale e il pirulì pirulì della selettiva. Quanto ti faceva sentire professionale se qualche “estraneo” passando vicino alla volante allungava l’orecchio per carpire qualche parola.
E l’effetto si moltiplicava quando la voce della centrale assumeva i toni acuti di una voce femminile.
Io questa fortuna l’ho avuta, Isabella, la prima donna sul mio turno, a dare la voce alla Centrale Operativa di Trento.
Faceva un po’ strano, non c’eravamo abituati, ma faceva anche molto America a quel tempo, sembrava di essere in un telefilm. E così, per noi del quinto turno, la voce della centrale divenne improvvisamente femminile, e a pensarci adesso non poteva essere altrimenti: Tutto quel che ci riguardava discendeva da Eva: La Volante, La Questura, La Polizia, La Centrale Operativa e anche La Dirigente. Ovviamente la nostra autovettura era Una Signora Alfa Romeo.
Turni su turni, notti e giorni, mesi a parlare, a chiedere e a rispondere senza vedersi se non a fine turno.
E poi di nuovo un altro giorno e un nuovo “zero undici”uscendo in via Perini a notte fonda e l’attesa di quel “zero sedici” quasi come una pacca sulla spalla. Andate, che la fuoric’è bisogno di voi.
Ero di fronte al mare, quel giorno caldo di giugno in cui mi giunse la notizia che la voce di Isabella era stata zittita per sempre da un male senza scampo. La sua voce non sarebbe stata mai più quella della Centrale.
Forse fu un gesto stupido ma alzando gli occhi al cielo, mi venne naturale lanciarle in silenzio, per l’ultima volta, il mio “zero undici”.
In risposta mi giunse il verso di un gabbiano, che sul momento e contro ogni logica volli tradurre nel suo “zero sedici” di tante volte.
Zero sedici anche da noi del quinto turno Isabella. Ti sentiamo forte e chiaro.

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commenti
  1. Sarò sincero con te, nel dirti che con questo tuo nuovo post, mi hai generato un certo groppo alla gola. Se non fosse altro che, quella voce femminile a cui hai alluso, mi dette l’ultimo 016 prima della mia dipartita dalla Squadra Volante di Trento, e la sua voce è collocata nel mio cuore accanto ai migliori ricordi della “mia” Pantera.

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