Tre palloncini azzurri

Pubblicato: 21 novembre 2010 in Uncategorized
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Non ho competenze né capacità per giudicare un lavoro teatrale e non è comunque mia intenzione farlo, non fosse altro perché non l’ho affatto visto. Non posso però nascondere una certa sensazione di tristezza e un’ennesimo moto di stizza nel vedere i cartelloni di “Avevo un bel pallone rosso” della trentina Angela Dematté in programma “finalmente” anche nella sua e nella mia città.

E’ la storia dell’altrettanto trentina Margherita “Mara” Cagol, compagna di vita di Renato Curcio, e con lui fondatrice delle Brigate Rosse, morta in un conflitto a fuoco con i Carabinieri nel 1975.

Negare i dovuti elogi per l’autrice – attrice che con questo lavoro ha già ampiamente riscosso e riscuoterà in tutta Italia o per il sempre bravissimo e trentinissimo Andrea Castelli, potrebbe sembrare l’inutile sfogo di una voce fuori dal coro che si leva alla ricerca di un attimo di visibilità.

Userò toni bassi, quindi, per smorzare qualsiasi dubbio ma soprattutto per attenuare ogni rumore e ritrovare un silenzio che purtroppo non riesce a trasformarsi in un definitivo oblio. Troppi, e se fosse uno sarebbe già troppo, i casi di celebrazione, di spazio, di visibilità riservati ad assassini, criminali, terroristi; film commemorativi, spazi su giornali e TV, invitati a seminari e docenti nelle aule delle nostre università, autori di libri acquistati dallo Stato per l’istruzione pubblica! Non voglio far nomi, anche perché noi, che ci troviamo dall’altra parte, li abbiamo già fatti, protestando e facendo nostra l’indignazione e la sofferenza rinnovata di chi da quelle persone ha ottenuto solo dolore, perdite e distruzione della propria vita.

Qualche anno fa, in occasione dell’uscita di un brano musicale dedicato “agli occhi di Mara Cagol”si cercava di elevare questa donna quasi a modello, piangendone la prematura morte, ma dimenticando di dire che in quell’occasione fu ucciso anche un Carabiniere (Giovanni D’Alfonso), che la brigatista stava tenendo sequestrato un uomo (Vallarino Gancia), che fu in seguito organizzata l’“esecuzione” del procuratore di Genova Coco per vendicarne la morte.

La stessa “dimenticanza”si sta ripetendo e di nuovo riaffiora la tristezza, la rabbia per quegli uomini, per quelle donne che hanno come unica visibilità e ricordo poco più che l’iscrizione su una lapide.

Rispondendo ad una esigenza rinnovata da una frase di Giampaolo Pansa, “Non dimentichiamo le vittime perché le uccideremmo una seconda volta”, voglio ignorare gli occhi di Mara Cagol, e come allora cercai quelli di Emanuela Loi, poliziotta uccisa dalla Mafia, cercare almeno i ricordi dei miei colleghi, vittime altrettanto trentine che dello Stato non erano certo nemici.

La sera della prima di Trento, senza riflettori, andrò alla Stazione Ferroviaria, dove i poliziotti Edoardo Martini e Filippo Foti morirono portando via da un treno una valigia di esplosivo, salvando chissà quante persone. (http://www.cadutipolizia.it/articoli2009/ruotalata.htm)

La sera della prima di Trento, senza riflettori, andrò in via degli Orbi dove il poliziotto Francesco Massarelli fu ucciso in una rapina mentre gridava di gettare le armi, da quello che la Repubblica definisce “Il terrorista rosso, re delle evasioni”.(http://www.cadutipolizia.it/fonti/1943-1981/1977massarelli.htm)

La sera della prima di Trento, senza riflettori, cercherò i tre palloncini, forse azzurri, dei miei colleghi.

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